La riflessione sul messaggio del Papa al convegno della Pontificia Accademia della Vita e della World Medical Association (sul fine vita), che tante reazioni ha suscitato, va completata con i due discorsi al Pontificio Consiglio per la cultura (su scienza e natura umana) e alla Conferenza sulle disparità globali nella salute (sull’ineguale accesso ai farmaci).

Un insegnamento articolato, da rileggere con attenzione, come ci aiuta a fare don Massimo Angelelli, nuovo direttore dell’Ufficio CEI di pastorale della salute.

Messi da parte gli usi strumentali delle parole di papa Francesco, quali sono le conferme del magister già noto e quali le sottolineature nuove?

Il Papa ha ribadito alcuni concetti chiari da decenni, citando Pio XII nel 1957 e san Giovanni Paolo II, laddove si condannava l’accanimento terapeutico e si invocava la proporzionalità delle cure. Il termine eutanasia viene citato solo per ribadire che «rimane sempre illecita». Altro aspetto importante è che il Papa fa riferimento non alla morte ma alla fine della vita. Ci ricorda che la morte è un processo, il fine-vita. E si concentra l’attenzione su ciò che precede e ci accompagna alla morte. È necessario fare questa distinzione perché i processi tecnologici e le innovative ricerche in medicina hanno creato percorsi terapeutici inimmaginabili fino a pochi anni orsono, sostenendo con efficacia molte funzioni biologiche. Ma non sempre tutto questo concorre al bene integrale della persona, che chiaramente non è soltanto biologico. Il Papa invoca «saggezza», perché non tutto quello che è possibile fare è sempre opportuno o necessario. È il citato rischio di accanimento, cioè trattamenti, somministrazione di cure o di farmaci futili, inutili o dannosi, che non hanno un’efficacia reale sul bene integrale della persona.

Ci sono concetti decisivi ripetutamente evocati sul cui significato però non c’è sintonia di vedute: si pensi solo a proporzionalità delle cure, accanimento terapeutico o nutrizione assistita. È possibile creare una comprensione condivisa?

Questi termini hanno significati delineati dal punto di vista scientifico: si può discutere sulle opportunità di impiego, ma il senso è chiaro. L’accanimento terapeutico è inopportuno e inutile, oltre che vietato per legge. La nutrizione assistita non può mai essere negata, insieme all’idratazione, perché non sono terapie, ma il normale sostegno alla vita dell’uomo. Anche se c’è un’ipotesi di validità della sospensione, cioè laddove nutrizione e idratazione rappresentino, secondo la valutazione medica, addirittura un rischio di danno per il paziente. La proporzionalità delle cure, invece, è un ambito più complesso e sfumato, perché si può valutare solo caso per caso, sulla base di oggettivi fattori clinici e soggettivi fattori personali del paziente. In medicina esistono protocolli terapeutici condivisi, ma solo il medico, con la sua équipe, in accordo con il paziente, ne può valutare la proporzionalità. Considero illusoria l’ipotesi che si possano normare per legge situazioni che per se stesse, data l’unicità di ogni uomo, sfuggono al desiderio di uniformazione. Solo il recupero di una piena alleanza terapeutica, che comprenda paziente, famiglia, medici, sanitari e altre figure come l’assistente spirituale, potrà ricreare quel clima di fiducia in cui maturano le scelte per il bene integrale della persona.

Sul crescente potere della tecno-medicina cosa ci sta insegnando Francesco?

Che il progresso scientifico, e in particolare la ricerca in materia di salute, sono un dono prezioso che l’intelligenza dell’uomo applica al bene comune. Ma non tutto ciò che è possibile è lecito farlo. L’ultima parola sull’opportunità di compiere un gesto è frutto di un dialogo tra la retta coscienza dell’uomo (il medico, il paziente, i suoi familiari) e il bene integrale della persona malata. Solo attraverso questa composizione sa premo orientare al meglio ogni nuova conquista scientifica.

L’accessibilità di cure e farmaci sempre più sofisticati e costosi è resa ancor più ardua dalla sostenibilità a rischio dei sistemi sanitari. Come se ne esce?

La questione va posta nell’ambito di un principio di equità sociale e di giustizia. Esistono diversi modelli di accesso alle cure sanitarie. È riconosciuto che il sistema italiano – universalistico – sia uno dei migliori al mondo perché garantisce l’accesso a chiunque ne abbia bisogno. Questo modello si sta deteriorando a causa di fattori esterni che ne minano il funzionamento. Sprechi e corruzione drenano risorse che dovrebbero essere destinate al bene dei cittadini. La sanità in Italia ha bisogno di essere curata da queste patologie, altrimenti la sua efficacia verrà compromessa. Servono anche misure per la correzione della “medicina difensiva”, che secondo il Ministero della Salute (2015) pesa per 8-9 miliardi di euro l’anno, cioè lo 0,75% del Pil e il 10,5% della spesa sanitaria totale. Risorse immense, che vanno liberate per assicurare un accesso più equo alle cure, ai farmaci e una migliore qualità dei servizi, oltre a poter essere investiti nella sperimentazione e nella formazione dei giovani ricercatori. La prossimità responsabile indicata dal Papa ci ricorda che nessuna persona, tanto più nel momento della fragilità, può essere mai abbandonata.

Un altro punto sul quale è difficile intendersi è la volontà del paziente: tra autodeterminazione assoluta e paternalismo sanitario, dov’è il punto di equilibrio?

Ogni buona relazione è basata sulla reciproca volontà di incontro e di comprensione. I due attori dovranno fare un reciproco sforzo di avvicinamento. I medici e i sanitari dovranno acquisire tutte quelle competenze – non solo scientifiche – necessarie a una buona relazione, fatta di chiarezza delle informazioni, strumenti efficaci di comunicazione e capacità di empatizzare con il paziente. La persona malata, e in molti casi anche i familiari, dovranno prepararsi a essere protagonisti informati delle scelte mediche, in un rinnovato rapporto di fiducia con coloro che hanno come unico fi-
ne il benessere della persona che gli è affidata. Il Catechismo ribadisce che le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità. Credo sia chiaro che nessuno dei due attori possa prevaricare sull’altro ma che, nel rispetto dei ruoli, nessuno dei due possa decidere a prescindere dall’altro, nella comune difesa della vita, fino al suo naturale compimento.

Fonte: Avvenire del 23.11.2017 articolo di Francesco Ognibene