Di seguito riportiamo un bell’articolo del medico e prof. Massimiliano Postorino, Cattedra di Malattie del Sangue – Università degli studi di Tor Vergata di Roma riguardante il tema del fine vita e testamento biologico visto dagli occhi di chi opera proprio nel campo quotidianamente.


«Bip, bip, tuuu
… Forse non abbiamo mai riflettuto abbastanza su questo suono onomatopeico emesso da un freddo e impietoso monitor, ma esso rappresenta per tutti l’ultima nota che ascolteremo nella nostra vita terrena.
In questa società tecnologica, anche la morte ha perso la dignità di essere accertata e constatata dalle mani pietose di un medico, ma è sancita, invece, da una macchina, che decide quando non è più vita.

Quando ero un giovane medico le nostre mani, i nostri sensi, con fare umano e rispettoso della morte e del dolore, rappresentavano l’unico strumento così pietoso e caritatevole per dichiarare la fine di un’esistenza. Quel contatto breve come un saluto, rendeva più accettabile persino il tremendo istante della fine. Oggi la nostra epoca moderna, fatta di criteri assoluti e imprescindibili, ciechi e sillogistici, impone persino i requisiti minimi per stabilire ciò che  è vita o vita degna di essere vissuta. Con leggi aride, frutto di vili compromessi tra coscienza e diritto, si cerca di decidere quando è ora, per ognuno di noi, di ascoltare il cessare dell’ultimo bip. Così nasce la domanda, quando la vita di un paziente terminale non è più vita? Quando l’esistenza di uno stato vegetativo non è più esistenza? Questi interrogativi, antichi quanto l’uomo, non hanno risposta reale, perché non esiste una veritiera definizione di cosa significhi universalmente vita.

Nella mia esperienza di medico, ho visto pazienti terminali vivere intensamente ogni istante che gli era concesso e famiglie di malati in stato vegetativo, organizzare intorno a loro e per loro, un mondo di affetti, che rendeva miracolo ogni attimo, ogni alito o movimento dei loro cari. Ho visto lacrime di commozione dagli occhi chiusi di tetraplegici mentre li accarezzavo; ho sentito i brividi nelle fredde mani che stringevo. Non è forse anche questa vita?

L’uomo moderno ha paura della morte perchè non ha ancora compreso che cosa sia la vita e si limita a definirla come una serie di attività individuali che esprimono il suo egocentrismo e la sua autodeterminazione, senza comprendere che la sua stessa esistenza fa parte di un divenire universale, in cui, suo malgrado, è solo una piccola parentesi.
Se per morte intendiamo la fine della vita e dunque non diamo alcun significato trascendentale ad essa, allora dobbiamo definire prima cosa sia la vita.

Cartesio diceva “cogito ergo sum”, “penso quindi esisto”. Personalmente, dopo anni di lotta trascorsi giornalmente in prima linea, io credo fermamente che vivere significa provare o produrre amore intorno a noi. Solo se riusciamo e sentire e a generare amore nella nostra vita allora avremo vissuto fino all’ultimo istante. Si ama per vivere, per sentirsi vivi e per sentirsi parte di un universo di cose e di persone; si vive per amare, stimolare e seminare amore, così che non saremo vissuti invano.
Se dunque la vita fosse solo un’esistenza emozionale, allora mi arrenderei al fatto che la vita vegetativa o terminale forse non è più vita; ma se considero la vita propria come un seme per generare amore nei cuori e negli occhi di chi è accanto, allora sarà vita in ogni modo, anche nella sofferenza e nel silenzio, perché fino all’ultimo istante avremo prodotto amore in chi ci assiste.

Negli ultimi mesi, a livello di proposta di legge, si è ampiamente discusso sull’eticità e sulla eticità del testamento biologico. Con questo documento ogni cittadino potrà dichiarare che, in condizione di vita vegetativa o terminale, nessun atto medico potrà essere compiuto su di lui se non con l’assoluta certezza che questo migliori sensibilmente e stabilmente il suo stato.
In termini semplici, qualora un medico non possa far ritornare un paziente ad una qualità di vita ottimale, dovrà astenersi dal mantenerlo in vita con le cure.

Come medico e come uomo, mi chiedo chi possa mai giudicare con assoluta certezza il punto del non ritorno.
Come può un medico astenersi dal donare vita, quando è nelle sue capacità e possibilità, purché non recando dolore o accanimento sul paziente? Sarebbe come chiedere ad un padre di non compiere tutto ciò che è nelle sue possibilità per amare suo figlio e perché il figlio possa generare amore nel suo prossimo.

Personalmente credo che un testamento biologico redatto in corso di una vita normale e tranquilla, non sia applicabile nel momento in cui quello status quo cambia, cioè nel momento della lotta contro la morte e contro il dolore, che trascende la logica e rende penosa e ridicola ogni legge che regoli vita e morte. L’arbitro dei nostri comportamenti, non sarà il codice, ma la pietà medica, cioè il sentimento di colui che ha speso e spende la propria esistenza per salvare vite, per alleviare il dolore e custodire i propri pazienti, fino alla fine dei loro giorni.
L’unico giudice sarà dunque la coscienza di chi lotta e si consuma per la vita, quella capace in ogni condizione, fino alla fine, di sentire e generare ancora amore».

Fonte: Rivista Ecclesia in cammino,  Diocesi di Velletri-Segni