Omelia pronunciata dall’Arcivescovo Angelo De Donatis in occasione della memoria della Beata Maria Vergine di LourdesXXVI Giornata Mondiale del malato
Basilica di San Giovanni in Laterano, Domenica 11 febbraio 2018

Fratelli e Sorelle,
nella memoria della Beata Maria Vergine di Lourdes, celebriamo la Giornata del malato e ritornano alla mente le parole che Papa Francesco ha voluto anche scrivere nel messaggio per
questa giornata, riportando il Vangelo di Giovanni, ogni malato può sentirsi dire «ecco tua madre» e a Lei viene affidato ogni malato «ecco tuo figlio».
Vogliamo essere qui in comunione in questo momento di preghiera e ricordare anche tutti i malati della nostra diocesi di Roma. Sappiamo che ogni malattia si presenta drammaticamente, possiamo dire come una forma, usando la Parola di oggi, come una forma di lebbra a causa dalla quale chi è colpito da infermità viene isolato a volte dal suo normale contesto di vita e si trasforma per un verso in qualcuno da cui liberarsi e per un altro verso in un inciampo allo svolgersi della vita. Come risponde il mondo, la strategia del mondo davanti alla malattia? Risponde in due modi: la rimozione, l’isolamento del sofferente, soprattutto a livello psicologico perché lo fa sentire un diverso, poco per nulla utile, un problema che tocca prima di tutto l’economia. Questa situazione è espressa molto bene dalla prima lettura perché abbiamo sentito il lebbroso viene relegato fuori dell’accampamento e deve ricordare a se stesso e a tutti la propria impurità, l’inadeguatezza alla vita del popolo.

L’altra, la seconda strategia del mondo più sottile, consiste in un tentativo di razionalizzazione in quanto il male è considerato uno scandalo, un inciampo, un corpo estraneo sia da un punto di sociale che di fede. Scandalo è la parola chiave della seconda lettura e abbraccia tutte le categorie culturali di ogni tempo. Il malato è scandalo per una mentalità come quella giudaica che crede di salvarsi soltanto con le opere. Il malato può agire poco quindi non si capisce bene cosa ci stia a fare, per forza deve essere colpevole.
Considerato un ostacolo per la mentalità pagana di ogni tempo in forza di essa ciò che conta è il benessere, l’efficienza, il successo, la potenza, l’apparire e così via. In poche parole il malato è considerato fuori dal ciclo produttivo fondato sul guadagno e sul vantaggio personale, quindi ci si chiede che senso abbia tenerlo in vita ad esempio. Lo sappiamo bene.
Allora al di sopra di queste strategie mondane come risponde Gesù, qual è la strategia salvifica di Gesù e qui abbiamo una risposta stupenda ancora una volta dalla Scrittura, la sua strategia è fondata sul contatto con la persona. Lui è il grande profeta sorto tra noi nel quale Dio viene a visitare il suo popolo anche nelle corsie di un luogo di cura, negli ambulatori, nel caos di un qualsiasi pronto soccorso, nella trepidazione di una camera operatoria, nelle stanze di isolamento, nell’assordante chiasso delle sirene che segnalano le ambulanze, nelle voci di sofferenza e di speranza delle sale parto, nelle esasperanti attese di una risposta, nelle mani che si stringono per fare sentire la presenza anche a chi se ne sta andando. Allora la strategia salvifica di Gesù è fondata sul contatto con la persona e qui stasera vorrei questa sera sottolineare che questa strategia di Gesù avviene attraverso tre gesti precisi. Tre gesti che ci dicono la sua sollecitudine verso la persona del lebbroso. Come abbiamo ascoltato nel Vangelo e questi tre gesti si ripetono nella nostra vita. Quali sono? «Lui prova compassione»,
«tende la mano» e infine «tocca». Sono molto belli questi gesti: Compassione, tende la mano, tocca.

Innanzitutto abbiamo la «compassione» è un movimento che parte dal centro del cuore che parte dalla profondità della persona. E allora prima di tutto in questo momento vorrei direa tutti i sacerdoti una parola, mi rivolgo soprattutto con stima a tutti i cappellani impegnati, ai sacerdoti impegnati quotidianamente al servizio pastorale del mondo della salute: siate strumenti della compassione di Gesù. Strumenti, voi sapete bene che compassione non è commiserazione, non consiste nel mettere l’accento sul male o sul dolore, quanto piuttosto nel porsi a livello di ciascun infermo. A voi, carissimi, spetta l’arduo compito di far sentire la presenza del Signore anche laddove sembra svanire anche nel momento in cui sembra prevalere il silenzio di Dio, il non senso della vita. Spesso chi soffre non sa darsi spiegazioni spesso, non le vuole nemmeno, si sente vittima di una fatale ingiustizia per cui si abbandona allo scettiscismo fino a non voler quasi comunicare. La compassione di Gesù di cui siete ministri vi dia il coraggio di essere presenti, di esserci, di stare accanto. Non siate soltanto distributori di sacramenti ma evangelizzatori e là dove nemmeno il discorso di fede sembra non aver presa, siate maestri di umanità. In voi risplenda sempre una semplice affabilità, siate soprattutto capaci di ascolto, perché di questo soprattutto ha bisogno chi si sente privato di ciò che normalmente gli altri vivono. L’interruzione del lavoro, la lontananza dalla casa, la soggezione alla volontà degli altri rendono la persona molto vulnerabile. Sta a voi sacerdoti cappellani mostrare che nulla toglie la dignità a nessuno qualsiasi sia la sua condizione.
Siate amici dei malati, umili servitori della loro condizione, rispondete con un sorriso agli atteggiamenti di indifferenza, spesso può esserci anche aggressività o rifiuto. Fatevi imitatori di Gesù portando in tanti modi la Croce di chi a stento sopporta quello che gli è capitato. Quindi strumenti di compassione.

Il secondo gesto Gesù «stende la mano». Stende la mano e allora qui una parola dei medici: a voi che vivete la sfida continua della diagnosi corretta, dell’opportuna terapia, della prospettiva di una guarigione, siete sempre sotto i riflettori, da voi ci si aspetta il possibile e l’impossibile, da voi si pretende che siate sempre all’altezza di ciascuno, che abbiate ogni volta tanta calma, chiara lucidità, pronta fermezza nel dare riposte, nel comunicare sicurezza a chi vi guarda con occhi smarriti. La vostra professione, cari medici, è davvero molto impegnativa, rischiosa, condizionata da tanti problemi di natura organizzativa, per cui non potete sempre fare tutto quello che vorreste e come lo vorreste; tendere la mano al malato vuol dire accompagnare la professionalità con il senso di umanità, di ascolto: chi soffre non vuole sentirsi un organismo su cui intervenire, un organo da recuperare, una serie di esame da affrontare. Abbiate la capacità di guardare la persona che vi sta davanti, soprattutto alla persona. Esigete dagli altri il rispetto per la vostra figura professionale ma esigete anche da voi stessi di essere portatori non solo di un benessere fisico ma di una salute integrale della persona. Gesù Salvatore si serve anche di voi per coloro che lui ama, entra nella vostra capacità professionale, Lui Gesù, per raggiungere ogni sofferente.

L’ultimo atteggiamento Gesù «tocca». Gesù cerca e vive il contatto con il lebbroso.
Non era una cosa ovvia questa, perché il piagato era intoccabile, qui un’ultima parola la vorrei dire questa sera a voi infermiere ed infermieri, portantini, personale al servizio delle strutture mediche, anche a voi del volontariato, laici e religiose: il vostro prezioso lavoro o la vostra scelta di presenza di sostegno sia il compimento della parola di Gesù: «Ero malato e siete venuti a visitarmi». Alle infermiere ed infermieri, ai portantini e ai volontari tocca il compito di entrare in contatto fisico con chi giace in un letto. Spesso dovete sollevare, sistemare le persone, a voi tocca adempiere le terapie indicate dai medici, dovete somministrare, iniettare, medicare, disinfettare, cambiare, lavare, aiutare a prendere cibo. Spesso anche voi siete accolte e accolti con nervosismo, agitazione, freddezza, scetticismo. Spesso quello che fate è considerato come semplicemente dovuto e non siete nemmeno sollevati da un grazie, da una risposta gentile. Ricordate, al di là di tutto, che la prima medicina è l’affetto, il primo nutrimento è l’attenzione. Tornando a casa spesso vi segue un senso di impotenza, di frustrazione, spesso il vostro lavoro non è adeguatamente riconosciuto, siete sottoposti a turni massacranti, ne soffrite voi come le vostre famiglie. Non vi abbandonate allo sconforto, alla rabbia. Vorrei dire a tutti voi che Gesù Cristo è pienamente dalla vostra parte, di questo vorrei che foste assolutamente certi. Quando i turni di lavoro dovessero impedirvi anche di fare a volte una preghiera, state tranquilli perché l’offerta al Signore la fate toccando il Suo Corpo attraverso le membra di coloro che sono affidati alla vostra sollecitudine. Beati voi se, come potremmo parafrasare il salmo, «togliendo anche un po’ di dolore fisico, un piccolo fastidio al malato lo farete sentire migliore, più uomo, più buono, più vero» e oltre la fatica, quando tornate a casa, portate anche la gioia di aver fatto un po’ di bene a qualcuno. Gesù si serve più di piccoli gesti che di quelli evidenti. Solo così Lui opera grandi cose. Abbiate la certezza che anche voi siete nel suo cuore, appartenete a Lui come strumenti cari e amati.

Ecco allora cosa ci consegna la Parola di Dio con questa bellissima pagina di Vangelo di questa domenica. Il Papa, oggi all’Angelus, ha fatto pregare con questa espressione che c’è nel Vangelo e che per tre volte lui, quasi sussurrando, ha ripetuto: «Se vuoi puoi purificarmi, se vuoi puoi purificarmi, se vuoi puoi purificarmi» e la preghiera che tutti insieme, questa
stasera, rivolgiamo al Signore, ascoltando anche la sua risposta: «Lo voglio, lo voglio, sii purificato».

Per scaricare l’omelia del Vicario per la diocesi di Roma,, S.E. Mons. Angelo De Donatis clicca qui