«La malattia non conosce condizione, età, provenienza sociale. Fa parte della nostra vita. Per questo ci siete voi, medici. Per questo c’era mio padre. Mi permetto quindi di rivolgermi a voi, con il rispetto e la stima che meritate, per sostenervi nella risposta a questa vocazione a servizio dell’uomo. E vi dico subito grazie! Grazie per aver risposto a questa chiamata. Grazie perché vi prendete cura di noi».

Ci sono gratitudine e riferimenti personali nella “Lettera ai medici” che il vescovo Paolo Ricciardi, delegato diocesano per la pastorale sanitaria, ha deciso di inviare a coloro che ogni giorno si dedicano degli ammalati.
In calce, una firma che sintetizza un programma pastorale: «Paolo, vescovo, figlio di medico, ora chiamato a essere padre per i malati di Roma e per chi se ne prende cura».

La medicina delle relazioni umane

La lettera – un libretto di 15 pagine – è stata diffusa giovedì 12 aprile, memoria liturgica di san Giuseppe Moscati. «Medico santo» il cui esempio Ricciardi richiama nel testo, così come non mancano i riferimenti a Gesù che operava guarigioni. «Al di là di tutti gli studi di medicina, necessari per curare le persone – scrive il vescovo -, vi siete accorti, pian piano, di quanto sia necessario e faticoso il saper comunicare, assumere “la medicina delle relazioni umane”, abbandonando il linguaggio che solo “gli addetti ai lavori” possono capire, per accostarvi all’uomo, così com’è, nella particolare situazione di fragilità fisica, psicologica e spirituale che dà la malattia. Sì, incontrare l’uomo».
Da figlio di medico, da sacerdote, Ricciardi comprende che «che non è facile, ogni giorno, relazionarsi con i malati – in particolare con quelli gravi – e con i loro familiari. In un tempo in cui sembra che la malattia grave o, come si usa dire “un brutto male”, colpisce sempre più persone, “visita” ogni famiglia, è facile cadere nel pessimismo… Ci si rende conto che, nonostante tutti gli studi e le ricerche, il “male” è sempre imprevedibile».

In questi casi, e non solo, sempre è necessario «dare speranza, custodire e servire la vita, sempre! In un tempo in cui si parla di “aiutare le persone a morire”, voi medici, anche quando dovete arrendervi alla impossibilità della guarigione fisica del malato, voi servite la vita e la salute dal primo all’ultimo istante, contribuendo a rendere ogni attimo dell’esistenza di una persona “pieno”, anche quando la sofferenza è grande (e sempre incomprensibile).
Avete questa grande
 missione – e di questo vi ringrazio -– di “prendervi cura” di tutta la vita e della vita di tutti». Sempre con amore.

Amare significa donarsi 

«Amare significa donarsi – scrive Ricciardi -, muoversi e commuoversi, mettere l’altro prima di noi. Quanto è efficace, ancora oggi, la medicina dell’ascolto, della comprensione, di uno sguardo amichevole!». Anche al di fuori dell’orario lavorativo. «Penso ora anche a tanti medici che, al di là del loro lavoro, offrono aiuto a pazienti bisognosi – scrive ancora Ricciardi -, che non riusciranno mai a pagare alcune cure, in un servizio di volontariato.

Se “visitare gli ammalati” è un’opera di misericordia, tanto più lo è per voi medici: non una routine quotidiana da fare, per riempire carte e cartelle, ma un’occasione per vivere l’amore nello specifico della vostra missione, con la forza della scienza e l’attenzione della vostra coscienza, a servizio dell’uomo».

La lettera sarà distribuita a tutti i medici di ospedali e case di cura romane.

Fonte: RomaSette