Il medico Moreno Marchiafava cinque anni fa ha attivato un laboratorio di musica al Policlinico di Tor Vergata di Roma per la riabilitazione con la musica di pazienti psichiatrici. Un metodo sperimentale attivo, creativo e altamente terapeutico

di Alessandra Arachi

Cantava Fabrizio De André, nella canzone «Il matto» della sua Spoon River magistralmente messa in musica: «Tu prova ad avere un mondo nel cuore, non riesci ad esprimerlo con le parole…». Loro ci sono riusciti, grazie a Moreno. Sono riusciti a tirar fuori dai loro mondi — prigionieri di patologie importanti — parole, e note, e anche voci che non immaginavano di avere tanto belle per cantare. Loro sono i pazienti psichiatrici del policlinico di Tor Vergata, a Roma. Moreno Marchiafava è un medico che quest’estate diventerà psichiatra, e che tutti i cinque anni della specializzazione li ha dedicati ai pazienti del reparto con patologie che hanno nomi roboanti, come la schizofrenia o psicosi gravi. Oppure che non hanno nomi affatto, bensì il volto di Aldo che a quarant’anni passava il suo tempo chiuso in casa a fare scatole con la carta prima che Moreno bussasse alla sua porta per trascinarlo nel fantastico mondo della musica.

La scommessa di Moreno

È stata una vera scommessa quella dell’allora ventottenne Moreno, cinque anni fa: trasformare la riabilitazione di musicoterapia tradizionale e passiva del reparto in un laboratorio creativo, attivo. E con un valore altamente terapeutico. Alberto Siracusano, primario del reparto, ci ha creduto in questo progetto sperimentale. E ha consegnato al dottor Marchiafava le chiavi di quella stanzetta che per cinque anni è diventata così la seconda casa di Moreno, nonché l’incubatrice di «The Rehabbey road», ovvero il gruppo rock della psichiatria di Tor Vergata che debutterà domani sera per la prima volta con un concerto in un teatro di Roma. Bisogna ascoltarli cantare e suonare per credere alla loro bravura e stupirsi del loro talento. Oppure ci si deve inebriare dei testi delle canzoni composte da questi pazienti, che nulla hanno da invidiare alla poesia di certi cantautori.

La storia di Gigliola

Vogliamo leggere una frase de «Il centro del mondo»? È una canzone che hanno scritto insieme Paolo e Giovanni, uno psicotico grave, l’altro con un importante disturbo masochistico della personalità: «Non è facile restare fragili», ci ammoniscono. Domani sera a cantare questa canzone sarà la meravigliosa voce di Bruna, che sulla cartella clinica ha vergata una diagnosi che di solito non lascia scampo: schizofrenia. Guardatela oggi in faccia quanto è piena di luce. «Ma la cosa più bella della serata di domani sarà l’assenza di Gigliola: quando si è avvicinata alla stanza della musica aveva una crisi depressiva e un disturbo ansioso, invalidante. Domani non ci sarà perché deve partorire», dice Moreno Marchiafava, gli occhi brillanti come se il bimbo di Gigliola fosse un bimbo suo, e in fondo tutte e trenta le persone che in questi cinque anni lui ha preso in carico sono diventati la sua grande famiglia.

Che bei mondi usciti dai loro cuori

Prendete Billy: a 45 anni ha un ritardo mentale che non gli consentirebbe alcun tipo di autosufficienza. Domani sera sarà invece da solo, a cantare la canzone scritta da Matteo: «Tempeste fragili». Moreno non lo sa se e quante donne Matteo a trent’anni abbia conosciuto e frequentato, o se sia innamorato sul serio e di chi: ha una diagnosi psichiatrica che sull’affettività non scherza. Ma di sicuro sull’amore non ha nulla da imparare, Matteo. Sentite questo verso della sua canzone: «Sei stata il peggiore degli errori che ho mai fatto, eppure esce sempre il sole quando mi sei accanto». Che bei mondi sono usciti dai loro cuori.

Fonte: Corriere della Sera