Una Chiesa attenta alle dinamiche che attraversano il Paese, dalla mancanza di lavoro all’assenza di politiche fiscali. Nella prolusione con cui il Card. Angelo Bagnasco ha aperto i lavori del Consiglio Permanente della Cei (Roma, 20-22 marzo) anche un rinnovato impegno di prossimità, con un richiamo sul fine vita e uno sguardo solidale verso “i flussi di tanta povera gente in fuga da guerra, fame, persecuzione”.

In particolare, il punto n. 6 della sua relazione ha trattato il senso della vita e l’autodeterminazione, con evidenti riferimenti alla legge sul fine vita attualmente in discussione al Parlamento Italiano:
«Il nostro popolo, nella sua sapienza fatta di vissuto e di buon senso, è preso dallo smarrimento e da un senso di impotenza di fronte ad una cultura che, da un lato, inneggia alla vita e, dall’altro, la disprezza, la trascura e ne favorisce la soppressione: basta pensare alle forme vecchie e nuove di schiavitù, al commercio di organi, alle molte forme di tratta e di sfruttamento. Come abbiamo detto molte volte, siamo in presenza di una cultura che incide volutamente sul modo di pensare, esasperando alcuni aspetti come la libertà e l’individualità di ciascuna persona.

È curioso come la Chiesa, sotto i regimi totalitari, abbia dovuto affermare a prezzo di persecuzioni e di martiri che ogni persona è unica e irripetibile, nativamente dotata di libertà e di autodeterminazione; che l’uomo non è il prodotto della collettività; che la persona precede la società. In altre epoche, invece, la Chiesa ha dovuto ricordare – sempre a caro prezzo – che la persona è sì se stessa, ma non è un’isola autonoma dal resto, un mondo chiuso e sciolto da legami e responsabilità. Che nella pluralità il singolo non scompare, ma si raggiunge; che le regole e i legami non sono i nemici della libertà, ma – al contrario – sono le sue condizioni. Se il collettivismo rende l’uomo ostaggio della società e dello Stato, l’individualismo libertario lo rende ostaggio di se stesso, delle sue pulsioni e dei suoi sentimenti. In un modo o nell’altro, l’uomo resta solo.

        Oggi, sembra che la Chiesa debba tornare a ricordare e testimoniare che la persona è sì individuo unico, ma non sciolto dagli altri; è in relazione con il mondo, in primo luogo con i suoi simili. Credo che sia necessario far emergere e raccontare le implicazioni dell’essere relazione in quanto persone: la relazione – e questo ci distingue da ogni altro essere sulla terra – si manifesta anche nell’avere tutti bisogno degli altri. Per questa ragione nulla della vita individuale è esclusivamente privato: momenti di gioia, di dolore, speranze e delusioni, lavoro, farsi una famiglia e avere dei figli… Nulla riguarda solamente l’individuo, poiché ognuno è un bene prezioso non solo per sé ma per tutti. La fragilità stessa è un dono, poiché interpella l’amore operoso degli altri, mette alla prova la comunità e la fa crescere. Questa visione dell’uomo, che risplende in Gesù Cristo ma che è scritta anche nell’esperienza quotidiana, chiede che “gli altri” – sia i familiari e gli amici e sia la società nel suo complesso – si facciano vicini, ognuno a proprio modo, nei diversi momenti della vita, poiché – come dicevo – ognuno è un bene per tutti e nessuno deve essere e sentirsi solo. Tutto questo ha, certamente, anche dei costi in termini di risorse umane ed economiche, per cui – almeno apparentemente – è meno impegnativo per uno Stato che ognuno sia individuo affidato a se stesso.

La legge sul fine vita, di cui è in atto l’iter parlamentare, è lontana da un’impostazione personalistica; è, piuttosto, radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato. In realtà, la vita è un bene originario: se non fosse indisponibile tutti saremmo esposti all’arbitrio di chi volesse farsene padrone. Questa visione antropologica, oltre ad essere corrispondente all’esperienza, ha ispirato leggi, costituzioni e carte internazionali, ha reso le società più vivibili, giuste e solidali. È acquisito che l’accanimento terapeutico – di cui non si parla nel testo – è una situazione precisa da escludere, ma è evidente che la categoria di “terapie proporzionate o sproporzionate” si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva, distinguendo tra intervento terapeutico e sostegno alle funzioni vitali. Si rimane sconcertati anche vedendo il medico ridotto a un funzionario notarile, che prende atto ed esegue, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza; così pure, sul versante del paziente, suscita forti perplessità il valore praticamente definitivo delle dichiarazioni, senza tener conto delle età della vita, della situazione, del momento di chi le redige: l’esperienza insegna che questi sono elementi che incidono non poco sul giudizio. La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento, ma neppure anticipata con l’eutanasia: il malato deve essere accompagnato con le cure, la costante vicinanza e l’amore. Ne è parte integrante la qualità delle relazioni tra paziente, medico e familiari».

Riferimenti:
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